Social, cattivi maestri

In questi giorni ho dovuto raccogliere tutti i miei libri che, sin dalle superiori, in questi anni ho comprato o mi sono stati regalati e che oggi costruiscono la mia “piccola” libreria personale.
Ho rivisto titoli che avevo praticamente dimenticato.
Ho riaperto “Lo Straniero” di Camus, ho sbirciato nuovamente un piccolo pamphlet dal titolo “De Andrè, il Corsaro”, scritto da Fernanda Pivano e Michele Serra.
Ma tra tutti ho ripreso a guardare un testo molto vecchio “Cattiva maestra televisione” di Karl Popper.
Ora, voi vi direte “mamma mia che noia Tommà”, e sono quasi d’accordo con voi.
Ma l’ho ripreso perché da settimane vivo male, anzi malissimo i social, non riesco più a leggervi, non riesco più a partecipare alla conversazioni, mi fanno sempre di più nausea gli status urlati, gli scontri piccoli e beceri a suon di offese, per non parlare dell’uso meschino che ne fanno tanto i giornali quanto i politici.
Ebbene c’era un pezzo, molto citato, che mi ha colpito nel libro di Popper e che dice più o meno questo:

“Di questo si dovranno rendere conto, volenti o nolenti, tutti coloro che sono coinvolti dal fare televisione: agiscono come educatori perché la televisione porta le sue immagini sia davanti ai bambini e ai giovani che agli adulti. Chi fa televisione deve sapere di aver parte nella educazione degli uni e degli altri.”

Ebbene, la riprendo pari pari cambiando qualche parola:

“Di questo si dovranno rendere conto, volenti o nolenti, tutti coloro che sono coinvolti nei social: essi agiscono come educatori perché i social media portano le immagini, i video, i testi dai bambini ai giovani fino agli adulti. Chi sta sui social deve sapere di aver parte nella educazione degli uni e degli altri.”

Credo proprio che Popper abbia inteso meglio di tutti la funzione pedagogica che dovrebbero avere i media, senza nemmeno mai aver immaginato l’avvento dei social media, o forse sì.

Torno a sistemare la “piccola” libreria.

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