In questi giorni è circolato molto in Rete l’articolo di Francesca Borri “Woman’s work” (che potete leggere qui, mentre qui la traduzione) e ne ho discusso con molte persone. Tra tutti c’è stato Fabio Mangiafico, sindacalista Fiom, che in un giro di email si poneva e poneva qualche interrogativo all’autrice. Lo pubblico integralmente. Ovviamente ne condivido in parte i contenuti e le perplessità.

. ALESSIO ROMENZI

L’ho letto anche io, con una crescente sensazione di fastidio.Prima di tutto, non ho capito di cosa parli. Del disagio di una giovane precaria? Dell’orrore della guerra? Della lontananza da casa? Di una amica un po’ stronza che ti chiede la tessera della sauna mentre ti sparano addosso? Degli articoli sottopagati, dei Radiohead, di quanti sono stronzi e superficiali gli editor?
In realtà, parla di tutte queste cose insieme, e di altre ancora.
Per esempio, scrivi cose così:

La sera stessa sono tornata nella base dei ribelli che mi ospita, nel bel mezzo dell’inferno che è Aleppo, e tra la polvere e la fame e la paura, speravo di trovare un amico, una parola gentile, un abbraccio. Invece mi aspettava soltanto l’ennesima mail da Clara, che sta trascorrendo le vacanze a casa mia in Italia. Mi aveva già mandato otto messaggi con il titolo “Urgente!”. Oggi non riesce a trovare la mia tessera per la sauna, così da andarci gratis”.

Oppure così:

La verità è che sono finita in Siria dopo aver visto le fotografie di Alessio Romenzi su Time, il quale era riuscito a raggiungere Homs seguendo le condutture dell’acqua, quando nessuno aveva la più pallida idea di dove fosse Homs. Guardavo le sue istantanee al suono dei Radiohead.

Per capirsi, non è tanto la piega estetizzante del riferimento alla colonna sonora. Non è nemmeno la manifestazione delle personali emozioni e fragilità.
È che è tutto sullo stesso piano. I radiohead, i morti, la guerra, la sauna.
Poi, ci sono le perle, come questa:

Per quel che vale, la mia gioventù è finita quando ho visto schizzarmi addosso pezzi di cervello di gente uccisa in Bosnia, avevo 23 anni.

Allora Francesca Borri, capiamoci.
Hai 33 anni. Ne avevi 23 nel 2003, quando la tua giovinezza è finita e tutto il resto. Ora, dicci, cosa succedeva in Bosnia nel 2003? C’era una guerra? Quale? Sarebbe bello saperlo.

(Mi permetto di aggiungere, in Syria sei stata ferita? Cosa è successo esattamente? Come mai nessuno ne ha parlato?)

Infine, c’è quello che è forse il tema centrale dell’articolo (almeno credo, come scrivevo sopra non sono certo di aver capito di cosa parla). Il rapporto con gli “editor”.
Francesca su questo scrive cose così:

Ma per gli editor non fa differenza se scrivi da Aleppo o da Gaza o da Roma. Tanto ti pagano la stessa cifra: 70 dollari. Anche in Siria….. Per esempio, solo dormire in questa base dei ribelli, sotto il fuoco dei mortai, con un materasso sul pavimento e l’acqua infettata da cui mi sono presa il tifo, costa 50 dollari a notte; 250 dollari al giorno per una macchina…..Non soltanto non puoi permetterti alcun tipo di assicurazione……..ma neppure un aiutante o un traduttore sul campo. Ti trovi completamente sola nell’ignoto…….sanno bene che con 70 dollari a pezzo sei costretta a risparmiare su tutto….. Però ti comprano lo stesso l’articolo, pur se non si sognerebbero mai di comprare un pallone di calco della Nike fatto a mano da un bambino pakistano.

(Cosa intendi per editor? Redattore? Caporedattore?) Allora, anche qui, proviamo a capirci. Stai lavorando gratis? Sembrerebbe di sì, anzi è proprio così, io ci credo. Come ti mantieni in Siria? Hai 33 anni, hai tre lauree, hai scritto due libri.
Scrivi che:

La verità è che l’unico lavoro che oggi mi sia capitato è quello di trovarmi in Siria, dove non vuole andarci nessuno.

E dove ti mantieni da sola. Evidentemente hai la possibilità di farlo. È per questo che accetti 70 dollari a pezzo. E, come ti hanno scritto in diversi commenti, distruggi il mercato. Se non potessi mantenerti da sola, torneresti a casa. Ora, rispetto alla concorrenza feroce che lamenti, hai mai pensato di esserne parte integrante? E di essere lì tu, e non qualcun altro, perchè sei abbastanza ricca da potertelo permettere?

 

26 Responses to Lo strano caso di Francesca Borri, Italian freelancer in Syria

  1. giovanni says:

    che articolo stupido e inutile. il tuo. frutto di pura invidia verso un pezzo ben scritto, sentito, non retorico e sincero. come quelli che accusano saviano di essersi “fatto i soldi” (e personalmente odio la retorica di saviano, non mi piace, ma altresì ritengo ridicolo il tentativo di svilire ciò che una persona dice rispondendo “zitto tu che c’hai i soldi”), e poi su quali basi scrivi queste cose? proprio un rutto fuoriluogo.

    • ederoclite says:

      Il post non è mio, ho solo raccolto una opinione. Sei libero di non condividerla.

    • Fabio Mangiafico says:

      Boh, insulti a parte sarebbe interessante che tu spiegassi cosa ci sia di ben scritto in questo articolo per te. Dire che se critichi uno o una e’ perche invidi il suo successo e un argomento da asilo, poi c’e’ “chi lo dicd sa di essere”?

  2. Carla says:

    Post STRONZO e IDIOTA. Noto che spesso gli inviati maschi prendono di mira le inviate donne nei loro commenti. Misoginia e maschilismo nel settore?

  3. in premessa dico che conosco francesca da anni, siamo entrambi di bari, lo dico perché magari la mia è una valutazione anche di parte eh.

    vorrei però dire che non capisco bene il senso del post, senza polemica, ma pongo un paio di questioni
    1) il senso del post di Tommaso: non credo che ci posta una riflessione di altri possa poi declinare l’autore del post ogni presa di parola in materia. La scelta del titolo “lo strano caso…” l’ho aperto aspettandomi di trovare una disamina accurata della vicenda di francesca da free lance, invece è una mezza recensione sullo stile usato che pone un dubbio (sulla Bosnia) e pone un problema politico alla fine. La scelta intrinsecamente polemica del titolo è una scelta chiaramente polemica, vorrei capirne meglio i motivi.

    2) in Bosnia si è continuato a morire per anni, in particolare per le mine piazzate ovunque. (qui un esempio ma ce ne sono tantissimi http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-famiglia-di-sfollati-annientata-da-una-mina) sull’episodio specifico non rispondo io dato che non sto facendo “l’avvocato di parte”

    3) sullo stile non dico nulla, il mettere assieme siria e radiohead è una scelta stilistica, può piacere o meno, legittime le critiche, ma non le avrei messe sullo stesso piano dell’ultimo punto.

    4) il quarto nodo che pone Fabio esiste, ma bisogna affrontarlo diversamente. Spesso ho discusso con molti compagni e dirigenti fiom proprio di un approccio che rischia di essere errato sul tema precariato: è vero che l’essere sottopagati è anche – non solo – figlio di una disponibilità di un “esercito di riserva” molto ampio, se non sterminato, e disponibile. Ma come ben sai non è con scelte individuali che cambierà il mondo. Pertanto critico non tanto il problema che poni (accettare 70 € a pezzo contribuisce alla crisi del sistema e allo sfruttamento di altri), ma il modo polemico in cui lo fai. Se chiunque denuncia una situazione di sfruttamento si sentisse rispondere “e però fino adesso l’hai accettata!?!” dove andremmo a finire? Non è forse compito nostro davanti a pezzi come questo contribuire ad aprire il dibattito, sviluppare la discussione nel merito, spingere le controparti a esprimersi, invece che mangiarci in una guerra tra poveri e fare il tiro al piattello a chi ha scritto un pezzo che può piacere o meno ma che, in modo molto emotivo, pone un problema politico che riguarda tutti?

    5) io personalmente (e sono un free lance anche io se pur in un altro settore) credo che non si possa dire “colpa tua che accetti quei prezzi”. Io provo a non accettare mai lavori sottopagati, ma so che non sempre è facile e in generale non penso sia politicamente utile additare, addossare la colpa al singolo, quando si tratta di condizioni strutturali legate all’organizzazione del lavoro e ai rapporti di forza nella società. Serve quindi porre il problema di “coresponsabilità” nell’accettare queste cifre, ma aprire un fronte collettivo per evitare che si sia soli. Post come questi amplificano la solitudine, non costruiscono solidarietà e battaglie collettive.

    non discutiamo del dito, ma della luna, per favore.

    • Fabio Mangiafico says:

      Non credo che si possa mettere sullo stesso piano chi lavora nell’indotto della Natuzzi in nero perche’ letteralmente non trova nulla di diverso, con chi decide di andare in Siria a sue spese e accetta di essere pagato cosi’ poco.
      Per quello che riguarda lo stile, mescolare saune e bombe, radiohead e disperazione, mi pare lievemente pornografico.
      E non credo sia questione solo di estetica, ma anche di etica professionale, come dire, la storia deve stare davanti a chi la racconta, non dietro. Soprattutto se si parla di guerre.

      • Franceso says:

        Il paragone che fai mi sembra proprio scorretto e dimostra ulteriormente come l’intento sembri quello di fare una guerra tra poveri piuttosto che attaccare le consizioni strutturali (del sistema dei media) che determinano le storture denunciate dalla Borri

        Il freelance necessariamente deve fare un investimento iniziale. Magari sono soldi che la Borri ha raccolto e messo da parte con il suo precedente lavoro… Nel tuo modo di argomentare traspare l’idea che in quanto ricca la Borri possa esaudire qoesto suo desiderio di andare in Siria (il passatempo anticonvenzionale di una riccona)

        Il problema è che determinata informazione agli occhi di chi decide cosa pubblicare vale poco o nulla (un passaggio che non avete citato dell’articolo della Borri parla del fatto che un articolo dalla Siria vala quanto un articolo sulla nuova ragazza di berlusconi)

        Il pezzo della Borri ci interroga sulla natura dell’informazione, sulle storture del mercato editoriale, sui veri interessi degli editori, sullo scarso valore attribuito ormai ai contenuti, sulla spettacolarizzazione dell’informazione di guerra (che vuole solo sangue)…

        Ci sarebbe molto ancora da dire ma mi sto dilungando. Come dice C.audio, discutiamo della luna e non del dito. Creiamo solidarietà tra noi precari. il nemico sta da un’altra parte

      • scusa fabio, accusi gli altri che insultano di non argomentare, io l’ho fatto e non è che abbia così ottenuto una risposta particolarmente soddisfacente.

        Senza offesa ma il tuo paragone non sta in piedi. C’è sempre qualcuno più sottopagato e più sfruttato di un altro. Che cosa voglia dire il tuo riferimento alla Natuzzi sinceramente mi sfugge, o meglio, mi preoccupa. La tua, infatti, è la stessa errata logica per cui alcuni, strumentalmente, criticano la FIOM e chi difende solo i “garantiti” contrapponendoli ai “non garantiti”.
        Qui di garantito non c’è più nessuno, e non è con la gara tra chi è costretto a essere sottopagato e chi viene sottopagato ma non resta in silenzio che risolveremo qualcosa.
        Non mi interessa difendere francesca, mi interessa che si possa tutti fare qualche passo avanti collettivo, aldilà delle vicende individuali di ciascuno

        • Fabio Mangiafico says:

          Banalmente, intendo che fare il corrispondente estero e’ una scelta molto piu di quanto lo sia lavorare in nero in una fabbrica del sud Italia. Mi pare una ovvietà, tra l’altro. Non ho nemmeno capito che c’entra la polemica sui garantiti.
          Tornando al tema, provo a rispiegarlo: è piuttosto ovvio che l’autrice non sta in Siria grazie al reddito che le deriva dalla vendita dei suoi pezzi. Questo la mette in condizione di rifiutare di lavorare per 70 dollari a pezzo. Se non lo fa e’ (anche) una sua responsabilita’. Poi, si può decidere di fare una cosa in perdita, perchè la si ama molto. Non è un reato penale, ma certo bisognerebbe ricordare che altri ci si mantengono. Tutto qui.

    • ginevra says:

      Caro Claudio,

      sono abbastanza d’accordo con te, non ha senso entrare nei personalismi e additare un singolo.

      Trovo, tuttavia,che analizzando l’articolo di Francesca, ci siano punti molto interessanti che lei tocca, e alcuni altri invece, da considerare in modo critico.

      Penso innanzitutto che lei abbia fatto bene a criticare e a denunciare le sue condizioni di lavoro da giornalista freelance, e se da questo suo sfogo ci sarà più mobilitazione, credo lei meriti riconoscimento. E spero possa essere anche un punto di partenza per i freelance per fare rete.

      La cosa che forse trapela, però, è quasi un senso di superiorità che diventa divisivo.

      Mi spiego meglio: ne esce una profonda sfiducia negli ‘altri’ che non si capisce bene ci siano.
      Quando parla di chi è intorno a lei non salva nessuno.
      Ma questo non per mettere in dubbio che ciò che lei ha vissuto sia accaduto, ma perchè mi pare spesso lei sia concentrata sulla negatività di chi le è incontro.
      E se tu, oltre che conoscere lei, conosci anche il suo lavoro, noterai che questa è una costante.

      Ma questo non per sminuire ciò che fa, io penso sia una brava autrice e giornalista, che ha toccato tematiche importanti in questi anni. E in questo momento specifico, penso sia importantissimo che racconti la Siria, e le dò pieno riconoscimento del suo lavoro.

      Trovo tuttavia, forse poco costruttivo il modo in cui lei a volte scrive.E’ frequentemente Divisiva, appunto.

      Ampliando il discorso, mi sembra far parte di una sinistra elitaria, che si chiude e guarda dall’alto in basso.
      Per esempio, sembra quasi dire, con un pò di superiorità: ‘la gente non si informa.. se non ci fosse stato alessio romenzi nessuno saprebbe dov’è homs’
      E questo non lo trovo giusto.
      Lo trovo poco rispettoso. Nei confronti di chi la legge e invece vuole capire.
      Ed è interessato ad andare a fondo, e lei in questo caso (per quanto riguarda la Siria, ne è lo strumento antropolgico-giornalistico).
      Anche perchè, chi conosce la Siria, conosce Homs; e se Romenzi è diventato ‘famoso’ col suo lavoro sulla Siria, non signica, che altri, meno in vista di lui, non la conoscono.

      Infatti, varie persone nei commenti del CJR, mettono in risalto questo.
      C’è da parte di Francesca una sottovalutazione degli altri.

      Non è giusto sottovalutare gli altri; e va bene che l’Italia è un Paese pieno di mediocrità e qualunquismo; però se nella tua vita scegli di scrivere (secondo me) fallo in modo che chi ti legge si possa sentire coinvolto; non che già di partenza si senta sottovalutato.

      Anche l’ultima frase, a mio parere è criticabile : mi sembra molto semplicistica: ‘tu che hai tutto non aver paura di vivere la vita’ – ma tu chi??
      Io che leggo posso avere problemi di precariato come te, forse anche di più.
      Per questo dico: includimi anzi che metterti al di sopra, quasi dicendo : ‘io ho vissuto cose che tu non vivrai mai, tu non fare tante storie e vivi senza paura’…

      La sofferenza la prova anche chi ‘ha tutto’ come lei ad esempio, che ha tutto e sceglie di stare in Siria. O anche chi ha poco, ma non necessariamente vive la guerra.
      La sofferenza ha mille sfaccettature e forme.
      Dunque forse questo atteggiamento è divisivo: il fatto che sembra quasi ci sia un bisogno di dimostrare qualcosa: di ste stessa, agli ‘altri’.

      Tornando, più in grande ad una ‘sinistra’ divisiva e supponente.

      Nell’ultima frase, francesca sembra quasi dare consigli a questi ‘altri’, (altri da lei), -che poi: altri chi? chi ha tutto?? tutto che significa??
      Ancora questa idea divisiva, che chi (è ricco immagino, o è libero.. non so..)
      non ha in realtà ‘veri’ problemi e può vivere senza paure..
      E’ a mio parere uno staccarsi, e banalizzare ciò che è altro da sè e dalla propria esperienza- seppur durissima, di chi ha vissuto una guerra. Che è vero che è complicato da capire per chi non l’ha vissuta. Ma forse l’atteggiamento più giusto e umile, secondo me: è quello di spiegarla, senza mettersi al di sopra.

      Sembra quasi che perchè lei ha vissuto l’esperienza (orrenda e traumatizzante, questo senza ombra di dubbio) della guerra di siria si metta un gradino sugli altri e generalizza.

      Ecco questo è poco rispettoso, perchè le persone sono estremamente diverse, e ci sono mille maniere in cui si può avere esperienza del dolore al di là delle guerre.

      Tutto qui. Questo è a parer mio criticabile.

      Del resto, molta stima per Francesca, e comprendo lo sfogo, di chi ha visto e vissuto tanta sofferenza, e cerca giustizia: sia per i siriani che per sè stessa e il suo lavoro.
      E anche empatia da chi le è vicino.

    • ginevra says:

      aro Claudio,

      sono abbastanza d’accordo con te, non ha senso entrare nei personalismi e additare un singolo.

      Trovo, tuttavia,che analizzando l’articolo di Francesca, ci siano punti molto interessanti che lei tocca, e alcuni altri invece, da considerare in modo critico.

      Penso innanzitutto che lei abbia fatto bene a criticare e a denunciare le sue condizioni di lavoro da giornalista freelance, e se da questo suo sfogo ci sarà più mobilitazione, credo lei meriti riconoscimento. E spero possa essere anche un punto di partenza per i freelance per fare rete.

      La cosa che forse trapela, però, è quasi un senso di superiorità che diventa divisivo.

      Mi spiego meglio: ne esce una profonda sfiducia negli ‘altri’ che non si capisce bene ci siano.
      Quando parla di chi è intorno a lei non salva nessuno.
      Ma questo non per mettere in dubbio che ciò che lei ha vissuto sia accaduto, ma perchè mi pare spesso lei sia concentrata sulla negatività di chi le è incontro.
      E se tu, oltre che conoscere lei, conosci anche il suo lavoro, noterai che questa è una costante.

      Ma questo non per sminuire ciò che fa, io penso sia una brava autrice e giornalista, che ha toccato tematiche importanti in questi anni. E in questo momento specifico, penso sia importantissimo che racconti la Siria, e le dò pieno riconoscimento del suo lavoro.

      Trovo tuttavia, forse poco costruttivo il modo in cui lei a volte scrive.E’ frequentemente Divisiva, appunto.

      Ampliando il discorso, mi sembra far parte di una sinistra elitaria, che si chiude e guarda dall’alto in basso.
      Per esempio, sembra quasi dire, con un pò di superiorità: ‘la gente non si informa.. se non ci fosse stato alessio romenzi nessuno saprebbe dov’è homs’
      E questo non lo trovo giusto.
      Lo trovo poco rispettoso. Nei confronti di chi la legge e invece vuole capire.
      Ed è interessato ad andare a fondo, e lei in questo caso (per quanto riguarda la Siria, ne è lo strumento antropolgico-giornalistico).
      Anche perchè, chi conosce la Siria, conosce Homs; e se Romenzi è diventato ‘famoso’ col suo lavoro sulla Siria, non signica, che altri, meno in vista di lui, non la conoscono.

      Infatti, varie persone nei commenti del CJR, mettono in risalto questo.
      C’è da parte di Francesca una sottovalutazione degli altri.

      Non è giusto sottovalutare gli altri; e va bene che l’Italia è un Paese pieno di mediocrità e qualunquismo; però se nella tua vita scegli di scrivere (secondo me) fallo in modo che chi ti legge si possa sentire coinvolto; non che già di partenza si senta sottovalutato.

      Anche l’ultima frase, a mio parere è criticabile : mi sembra molto semplicistica: ‘tu che hai tutto non aver paura di vivere la vita’ – ma tu chi??
      Io che leggo posso avere problemi di precariato come te, forse anche di più.
      Per questo dico: includimi anzi che metterti al di sopra, quasi dicendo : ‘io ho vissuto cose che tu non vivrai mai, tu non fare tante storie e vivi senza paura’…

      La sofferenza la prova anche chi ‘ha tutto’ come lei ad esempio, che ha tutto e sceglie di stare in Siria. O anche chi ha poco, ma non necessariamente vive la guerra.
      La sofferenza ha mille sfaccettature e forme.
      Dunque forse questo atteggiamento è divisivo: il fatto che sembra quasi ci sia un bisogno di dimostrare qualcosa: di ste stessa, agli ‘altri’.

      Tornando, più in grande ad una ‘sinistra’ divisiva e supponente.

      Nell’ultima frase, francesca sembra quasi dare consigli a questi ‘altri’, (altri da lei), -che poi: altri chi? chi ha tutto?? tutto che significa??
      Ancora questa idea divisiva, che chi (è ricco immagino, o è libero.. non so..)
      non ha in realtà ‘veri’ problemi e può vivere senza paure..
      E’ a mio parere uno staccarsi, e banalizzare ciò che è altro da sè e dalla propria esperienza- seppur durissima, di chi ha vissuto una guerra. Che è vero che è complicato da capire per chi non l’ha vissuta. Ma forse l’atteggiamento più giusto e umile, secondo me: è quello di spiegarla, senza mettersi al di sopra.

      Sembra quasi che perchè lei ha vissuto l’esperienza (orrenda e traumatizzante, questo senza ombra di dubbio) della guerra di siria si metta un gradino sugli altri e generalizza.

      Ecco questo è poco rispettoso, perchè le persone sono estremamente diverse, e ci sono mille maniere in cui si può avere esperienza del dolore al di là delle guerre.

      Tutto qui. Questo è a parer mio criticabile.

      Del resto, molta stima per Francesca, e comprendo lo sfogo, di chi ha visto e vissuto tanta sofferenza, e cerca giustizia: sia per i siriani che per sè stessa e il suo lavoro.
      E anche empatia da chi le è vicino.

    • marta says:

      Mi trovo molto d’accordo con te Claudio.

      Riguardo l’articolo in sé, dal punto di vista dell’analisi della forme e del contenuto: penso sia stato scritto di pancia, e da un lato lo comprendo, data la situazione specifica in cui la giornalista si trovava; dall’altro ritengo legittime (poi certo condivisibili o meno) le critiche che ho trovato sul web sullo stile, e l’autoreferenzialità o narcisismo (anche se tuttavia, lei dichiara di scrivere in prima persona perchè vuole che i lettori siano lì con lei; e può esere interessante cone scelta, perchè rende i suoi racconti molto ‘visivi’ – poi a me personalmente Francesca piace abbastanza come scrittrice, anche se alcune cose mi sono piaciute molto e altre meno).

      In ogni modo, al di là delle diverse opinioni; credo che uno dei punti sui quali sarebbe importante riflettere, al di là dello stile, o della persona singola Francesca Borri, è l’apertura ad un dibattito sulle condizioni lavorative dei freelance; e provare in maniera collettiva a fare qualcosa al riguardo.
      Credo che iniziare a parlarne e denunciare sia la prima cosa e lei in questo ha il merito di averlo fatto pubblicamente – come altri che ne stanno parlando in questi giorni e in passato.

      Lei ha parlato pubblicamente di una solitudine nella quale si trovano molte persone, e questo è un passo per provare a cambiare una situazione.

      Una risposta al problema è provare a fare qualcosa in maniera collettiva, e qui sono d’accordo sul fatto che questo post anziché creare solidarietà crea solitudine.

      Concordo anche sul fatto che non si possa incolpare un singolo perchè accetta dei lavori sottopagati: perchè se si prova a fare un lavoro (quello del giornalista) e ci si crede, a volte si accettano anche proposte di lavoro sottopagate, se è l’unica chance che si ha di lavorare.
      Poi certamente bisogna lavorarci su: cercare (quando è possibile) di non accettare lavori sotto pagati è un passo; che però non si può fare da soli: altrimenti si rimane tagliati fuori.
      Lo si può fare con una battaglia collettiva, responsabilizzando e sensibilizzando gli editori su queste tematiche, e facendo rete e sindacato tra i freelance cercando di cambiare queste logiche.
      Battaglia certamente lunga e difficile in italia, dove c’è poca solidarietà tra le persone, ma ci si deve provare.

      Tu, Claudio, che sei un attivista, ti viene in mente qualcosa che si può fare di concreto per fare rete in questo senso?

  4. Lena says:

    In realta’, senza conoscere molto l’autrice mi pare che alcune incongruenze sia riuscito a coglierle. Certi articoli vengono scritti per la stampa estera pensando di poter gonfiare e drammatizzare tutto senza che nessuno ti chieda mai conto dei tuoi racconti; cosi’ una commissione dell’Espresso diventa “solo perche’ avevo visto le foto di…” (peraltro definite “grafiche fino alla pornografia” da molti dei siriani che conosco che le hanno viste), e Homs, citta’ da dove tutti andavano e venivano, diventa una sorta di villaggio fra le montagne che soltanto un eroe senza macchia e strapagato raggiunge tramite i condotti dell’acqua. Giocarlo sulla questione di genere, poi, e’ il colmo…sarebbe stato piu’ interessante se si fosse chiesta come mai, con tutti i giornalisti e i fotografi in gamba che ci sono in Siria, a venire pubblicate dai grossi nomi della stampa sono le ragazzine insperte come lei. Perche’, invece di chiedere rispetto per i giornalisti, non si comincia a chiedere rispetto per gli esseri umani che i giornalisti usano due volte in questi articoli: prima per far soldi sulle loro miserie, e poi per mettere tali miserie in secondo piano rispetto alle pene esistenziali di una povera freelancer che, se per caso si stanca delle bombe, ha ancora la possibilita’ di far ritorno ad un paese che fra le bombe non e’, e riconquistarsi la sua tanto contesa sauna

  5. Giorgio says:

    Ma Fabio, lei nell’articolo la giornalista racconta per una volta la sua storia, prima ancora che la guerra.

  6. [...] Fabio Mangiafico: io un po’ di dubbi e quesiti sull’articolo ce li ho, li ho pubblicati qui: Lo strano caso di Francesca, Italian freelancer in Syria. [...]

  7. Sannita says:

    Questo pezzo della mia coraggiosa collega è uno sfogo. Solo uno sfogo, lo sfogo di chi tenta di fare il proprio mestiere andando sulla linea del fronte, quella vera, sentendosi dire “o mi racconti i morti o niente”.

    Quello che dice la Borri è vero: non facciamo più analisi, solo “pornografia giornalistica”. I giornali per anni ci hanno propinato centinaia di retroscena politici che analizzano le ripercussioni della scorreggia registrata fuori-onda del portavoce del segretario di quel partito dell’unovirgolaniente per cento, facendoci pensare che quello sia il giornalismo – e poi misteriosamente si sono trovati in crisi. E per risollevarsi da questa crisi mica hanno investito sulla qualità, hanno investito su quella che ormai tutti conoscono come la “colonna infame di Repubblica”, quella colonna destra piena di video e notizie di “pussy” (lo dico in inglese, perché significa sia “figa” che “gattino”).

    Potrei anche dirle che è inutile venire a cercare solidarietà da queste parti, specie su Internet – luogo per eccellenza di chi non se ne fotte niente, di chi fa a gara a chi è più cinico. Se ha scelto di andare in Siria, dovrebbe domandarsi perché ci è andata: per fare il proprio mestiere o per atteggiarsi a “reduce”? Se ha scelto – come io ho fatto – di essere una freelance, credeva forse di avere retribuzioni fisse e maggiori e di essere portata in trionfo dall’opinione pubblica? E potrei andare avanti a lungo, se non fosse che cadrei nell’errore alla base di tutto questo: commentare lo sfogo di una che si sta facendo un mazzo così, mentre io sono al sicuro in Italia dietro un computer.

    La verità è che noi dovremmo valutarla su altro: lei dice di aver fatto delle analisi – e allora che le pubblichi. Davvero, sono sincero. Voglio leggerle quelle analisi, voglio poterla giudicare da quello che lei ritiene vada scritto sulla Siria, non da quello che i direttori ritengono che vada scritto. Solo allora avrò, per quel che vale, la possibilità di dire compiutamente la mia su di lei e il suo sfogo.

    Nota polemica e forse anche un po’ off-topic: che un sindacalista, peraltro FIOM, non capisca quali sono i problemi del lavoro freelance non mi stupisce. Sindacati e ordini professionali sono delle stupide e inutili sovrastrutture, dannose allo svolgimento della professione perché non solo non sono in grado di risolvere i problemi di sfruttamento, ma esistono ormai soltanto per auto-perpetuarsi ai danni miei e dei giovani come noi.

    P.S. Non so se ha senso quel che ho scritto, ma ne ha per me, e tanto basta. (cit.)

    • Fabio Mangiafico says:

      Polemiche sulla Fiom a parte, il problema e’ che e’ un articolo che solleva parecchi punti di domanda. Ah, oltre che i sindacalisti della fiom cattiva e brutta, la questione dei 70 dollari ha fatto incazzare parecchia gente, basterebbe leggere i commenti all’articolo della Borri su cjr. A titolo di esempio, posto questo. Chissà, magari e’ della Fiom pure lui. http://ildottorgonzo.wordpress.com/2013/07/14/cara-francesca/

      • Sannita says:

        Chiedo scusa, è che quando leggo “sindacato” mi vengono i cinque minuti. La nota polemica me la potevo anche risparmiare, lo ammetto adesso che mi sono calmato.

        I 70 dollari a pezzo sono una schifezza sempre, ma rientrano nell’ambito di un discorso più generale che, vuoi o non vuoi, non è il centro di quel post. Il suo è uno sfogo, punto. E tutte le critiche sull’accuratezza di quel che dice, sui modi in cui le dice e soprattutto sui motivi per cui le dice (anche a me sembra più un tentativo di showing off) sono corrette. Poi però penso che è uno sfogo e che noi dovremmo valutarla per quello che conta davvero: ossia per quello che scrive per lavoro, non quando si sfoga.

        • Fabio Mangiafico says:

          Ma scusa, se è uno sfogo personale ne parlasse con amici e parenti.. E sui contenuti non si tratta di maggiore o minore accuratezza, come notano in molti.

          • Fabio Mangiafico says:

            Se una freelance che pubblica sul Fatto quotidiano dice di essere stata ferita in Siria e’ una notizia. O no?

          • Sannita says:

            Niente, più ci penso e più arrivo alla conclusione che ha ragione lei, FIOM o non FIOM. Cioè, resto dell’idea che alla fine si dovrebbe valutarla sulla qualità di quello che scrive nelle analisi, ma ammetto che uno sfogo vittimistico del genere non fa granché onore alla ragazza, né l’aiuta a guadagnare altri datori di lavoro. Tralasciando sempre le incongruenze – che non fanno altro che appesantire la sua situazione.

  8. Fabio Mangiafico says:

    E comunque, scusate tanto tutti, ma mezzo interrogativo sull’articolo non lo avete? Sui contenuti, su quello che racconta, tutto a posto? La Bosnia, i cervelli che schizzano? Peraltro, l’autrice ha scritto un libro sul Kosovo, lì in effetti c’e’ stata. Nelle interviste di presentazione, come questa http://cultura.panorama.it/libri/Non-aprire-mai-il-Kosovo-di-Francesca-Borri non ne parla. Poi c’e’ il proiettile nel ginocchio in Siria. Nessun giornale lo scrive. Strano no? Allora, i casi sono due. Uno e’ che tutti i media italiani, ma non soltanto, anche quelli esteri, hanno ritenuto che fosse una notizia irrilevante. Hanno sparato a una freelance italiana in Siria, uff, chissenefotte. Sarebbe interessante saperlo e magari fare casino, fosse cosi’. E magari sarebbe una occasione vera per aprire una discussione sui freelance, a cui sparano senza che nessuno se ne accorga. L’altra possibilità non la voglio nemmeno citare, sarebbe davvero troppo. Ma se fosse quella giusta, l’ottima autrice (non vuole essere chiamata giornalista) avrebbe danneggiato o aiutato gli altri freelance? Magari chiediamocelo. Infine, sui compensi, che curiosamente sono il tema su cui si sono soffermati più commenti. Io credo che la questione sia che lei, come altri, fa una cosa che ama fare. È questa la ragione per cui accetta di essere pagata così poco, di stare in Siria a sue spese, nelle condizioni che descrive. La sua disponibilità non giustifica chi la paga poco, e’ ovvio. Ma fintanto che lei e altri come lei scambieranno realizzazione personale con riduzione della paga, sarà facile approfittarne. Potrà pure non piacervi, ma è così.

  9. Giuseppe Milano says:

    Condivido le analisi e gli spunti di riflessione sollevati da Claudio, mossi per ragionare sul merito della questione e non dettati principalmente dalla conoscenza di Francesca.

  10. Alberto de Filippis says:

    Sono Alberto de Filippis, un giornalista del canale euronews e sono fuori dall’Italia da circa 20 anni non facendo esattamente il pizzaiolo (con l’ovvio rispetto per i pizzaioli). Mi permetto di dire la mia visto che il giornalismo che mi è stato insegnato NON deve essere smentito dal fact checking. Mi fa sorridere il tenore di molti commenti da parte di gente che evidentemente giornalista non lo è mai stata e forse considera giornalismo Saviano e Gramellini da Fazio. Da Baldoni a questa Francesca il mercato è stato distrutto da chi lavora gratis e anche se magari non scrive granché bene, con un po’ di polpettone sanguinolento strappa le 120 righe del reportage. Dalle balle della guerra del 2003, alla ferita al ginocchio, ad altre amenità questo racconto fa acqua da tutte le parti e sui siti americani e su diversi blog questo intervento sta venendo smontato in modo molto più violento di quanto non faccia io. Risolvetela con il solito “è tutta invidia”, oppure con l’ancor più stupido “sempre i maschi contro le donne”. Non importa se sei uomo, donna o bradipo. Se scrivi cose che possono essere confutate da wikipedia vuol dire che non è il mestiere per te.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>